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venerdì 20 aprile 2012

Quanto costa vaccinare il gatto?

Chi fa il vaccino?
E’ il veterinario che deve fare il vaccino al gatto: vaccinare un micio non significa solo fargli un’iniezione, ma anche e soprattutto visitare il gatto, capire se ha l’età giusta per il vaccino, quale vaccino fare, se il suo stato di salute consente una vaccinazione in quel momento o se è meglio curarlo e posticipare la profilassi vaccinale. E tutto questo può farlo solo un medico veterinario, qualcuno che ha studiato una vita queste cose e che sa cogliere anche i minimi segni di malessere, cosa che al proprietario, al vicino di casa o al tizio incontrato al parco che ha sempre avuto animali e queste cose le sa, possono tranquillamente sfuggire.E il vaccino al gatto non lo fa nemmeno l’allevatore, il negoziante o chi per esso: questo si configura come un reato, si parla di abuso di professione.

Costo del vaccino?
Se ci fate caso, quando qualcuno prende un gatto e si parla di vaccinazioni, una delle prime domande che viene fatta, talvolta anche prima di quella che sarebbe più logica, ovvero ‘Quando e per quali malattie vaccinare il gatto’, è invece ‘Quanto mi costa il vaccino?’. Domanda più che comprensibile, soprattutto in un periodo di crisi economica come questo, ma che ha una risposta assai vaga: dipende dalla città in cui vi trovate e dal tipo di vaccino fatto.Il costo varia dai 30 ai 60 euro.
Normalmente il vaccino del gatto costa come quello del cane, al limite qualche euro in meno, ma la tariffa è assai variabile: un vaccino gatto fatto a Milano vi costa il doppio di un vaccino gatto fatto a Torino, per esempio. Questo perché nel capoluogo lombardo la vita è decisamente più cara.
Poi bisogna anche valutare il tipo di vaccino che viene fatto: il trivalente di base costa di meno rispetto a un quadrivalente, a un vaccino per la rabbia o a quello per la Clamidia, perché costano proprio di più dalla ditta produttrice.
Vale come sempre spendere due parole su uno dei fatti base della vita, opinabile finché vogliamo, ma incontrovertibile: il vaccino si paga ogni volta che viene fatto, ogni singola dose ha sempre il medesimo prezzo. Considerate che il veterinario quel vaccino lo paga ogni volta nella stessa maniera alla ditta produttrice. E non mi stancherò mai di ripetere una verità di base: voi pagate il panettiere ogni volta che andate, vero?

Perché vaccinare il gatto?
Un po’ ne abbiamo già parlato: è importante vaccinare il gatto, almeno per le malattie per cui esiste il vaccino, per proteggerlo. Ci sono già troppe patologie mortali per cui non si può attuare nessuna profilassi, perché dunque non aiutare il nostro micio?
Andrebbero vaccinati sia i gatti che vivono in casa che quelli che stanno fuori, singoli o in gruppo, non importa. I gatti che vivono solo in casa sono meno a rischio di quelli che possono bighellonare fuori, ma questo non si azzera mai: le particelli virali possono viaggiare nell’aria, potrebbero attaccarsi alle scarpe e ai vestiti e dunque tu potresti essere il vettore passivo di contagio per il tuo micio.
Per i gatti che escono, non c’è bisogno di grandi spiegazioni: uscendo, possono venire a contatto di più con gatti malati e quindi sono più a rischio. Soprattutto quando hai parecchi gatti, anche senza arrivare a una colonia felina vera e propria: ne basta uno malato, che l’infezione si propaga a tutti gli altri e se pensate che sia difficile curare un singolo gatto per tempi lunghi, pensate cosa vuol dire curarne 5, 10 che si contagio continuamente a vicenda!
Bisogna poi fare un’ultima considerazione: il vaccino non è mai protettivo al 100%, c’è sempre la possibilità di incontrare un ceppo virale più cattivo e che questo dia origine alla malattia. Ma se il gatto è vaccinato, allora la malattia sarà più lieve e guarirà prima.

Ogni quanto vaccinare il gatto?
La frequenza di vaccinazione del gatto dovrebbe essere stabilita dal tuo veterinario a seconda dello stile di vita del gatto e della sua età. L’importante è dare una buona immunità vaccinale al gatto durante i primi 7-8 anni di vita: poi se il gatto ha la possibilità di uscire di casa, si faranno richiami annuali, se il gatto sta sempre e solo in casa, non viene mai a contatto con altri mici, quando raggiunge i 10 anni potrà fare dei richiami ogni due anni.
Per quanto riguarda le vaccinazioni di un gattino, di solito si fanno due richiami, il primo a due mesi di vita e il secondo a tre mesi di vita, salvo malattie intercorrenti che potrebbero ritardare un po’ questo piano vaccinale

Principali malattie contro cui vaccinare il gatto.
Siamo finalmente arrivati dal veterinario, abbiamo medicato le nostre ferite, ma quali sono in realtà le malattie per cui normalmente si vaccina il gatto? Andiamo subito a vedere la panleucopenia virale, la rinotracheite e la calicivirosi:
Panleucopenia virale felina: chiamata anche gastroenterite, è la corrispondente felina della Parvovirosi del cane. Come dicevamo, si tratta di una forma di gastroenterite, provoca grave vomito, diarrea e prostrazione che possono portare a morte sia i gattini piccoli che i gatti adulti non vaccinati. Causa un alto tasso di mortalità, soprattutto nei soggetti importati e allontanati troppo precocemente dalla madre. Il virus tende a persistere parecchio nell’ambiente ed è una malattia contagiosa. L’unico modo per prevenire questa letale malattia è la vaccinazione, fatta a due e tre mesi di età e poi con richiami annuali
Rinotracheite infettiva: eccolo qua il virus più conosciuto da tutti coloro che hanno avuto gatti, l’Herpesvirus, responsabile del classico raffreddore con congiuntivite dei gattini. I sintomi della rinotracheite iniziano come quelli di un raffreddore, quindi abbiamo febbre, starnuti, scolo nasale, congiuntivite che ben presto si complica a causa dei batteri e lo scolo diventa mucopurulento. Il gatto non mangia, può avere tosse e alla fine compaiono anche ulcerazioni in bocca e sul naso. Si tratta di una malattia molto contagiosa, il virus persiste parecchio nell’ambiente. Anche qui l’unico modo per contrastare questa malattia è vaccinare il gatto, il vaccino si fa insieme a quello della Panleucopenia, con un primo richiamo a due mesi, poi a tre e infine annuale
Calicivirosi felina: come nel caso della Rinotracheite, si tratta di un virus molto contagioso che colpisce l’apparato respiratorio e che rimane nell’ambiente per parecchi tempo. Può dare sintomi molto simili a quelli descritti sopra, con starnuti, congiuntivite, ma tipiche sono le ulcere che compaiono anche precocemente su lingua, naso e bocca in generale. Se la malattia evolve, può trasformarsi in una forma di polmonite. Anche in questo caso il vaccino si associa ai precedenti, con un primo richiamo a due mesi, uno a tre mesi e poi richiami annuali

Vaccinazioni particolari del gatto.
Adesso andiamo a vedere quali sono le vaccinazioni che si fanno al gatto solo in casi particolari, sono quelle per la Clamidiosi, quella per la leucemia virale felina e quella per la rabbia:
Clamidiosi: la Chlamydia Psittaci provoca una serie di sintomi sovrapponibili a quelli dell’Herpesvirus della rinotracheite. Di solito provoca una chemosi più pronunciata, inizia da un solo occhio e raramente dà complicazioni polmonari. Il problema della Clamidiosi è che spesso i gatti rimangono portatori cronici, riacutizzando periodicamente la malattia e che è una zoonosi, si trasmette facilmente anche all’uomo, causando una fastidiosa congiuntivite. Il vaccino per la Clamidiosi si trova associato al trivalente classico, facendolo diventare un quadrivalente, ma visti i costi maggiori e visto che non copre al 100%, si preferisce usarlo solo negli ambienti a rischio, come i gattili o gli allevamenti
Leucemia Virale Felina: di questa malattia virale ne avevamo già abbondantemente parlato in questo articolo. Di solito la vaccinazione per la FeLV viene riservata a gatti che escono di casa e che sono effettivamente a rischio, anche perché prima di farla bisogna effettuare un esame del sangue per sapere se il gatto ce l’ha già o meno. Si fanno due vaccinazioni, a distanza di un mese una dall’altra e ci sono poi richiami annuali che possono essere o meno associati al classico trivalente
Rabbia: funziona esattamente come per il cane. Il vaccino per la rabbia nel gatto va effettuato a minimo tre mesi di vita, prima per legge non si può fare. La vaccinazione antirabbica prevede prima l’inserimento del microchip: il gatto a cui faccio il vaccino deve essere obbligatoriamente identificato. I richiami hanno una frequenza di 11 mesi per essere validi ai fini dell’espatrio. Si tratta di un vaccino spento che non dà nessun problema al gatto

Effetti collaterali dei vaccini nei gatti.
Fortunatamente nei gatti, a differenza dei cani, ci sono meno effetti collaterali ai vaccini: difficile che un gatto abbia febbre o che manifesti uno shock anafilattico o un gonfiore diffuso sul corpo. Però qualche effetto c’è:
abbattimento: è rarissimo, ma può capitare che a seguito di un vaccino, un gatto sia mogio. Al gatto di solito non viene la febbre dopo il vaccino, per cui l’anno successivo sarà bene cambiare marca di vaccino
perdita di pelo nel punto di inoculo: in realtà capita anche con altre iniezioni, il micio perde il pelo nel punto della puntura, un circoletto tondo come una cicatrice, in cui il pelo non ricresce più
fibrosarcoma da iniezione: ed eccoci arrivati all’unica nota dolente del vaccino dei gatti. Nei mici esiste il sarcoma da iniezione, ma sgombriamo il campo da ogni dubbio: non è il liquido del vaccino, bensì l’azione meccanica dell’ago che perfora la pelle a scatenare questa patologia che è un vero e proprio nodulo tumorale, che può diventare anche di considerevoli dimensioni. E’ stato infatti provato a bucare semplicemente la pelle, senza iniettare nulla: se il gatto ha la predisposizione genetica a sviluppare il sarcoma, lo sviluppa anche dopo una sola puntura, indipendentemente da quello che viene inoculato. Se il gatto non ha la predisposizione genetica, gli puoi fare venti iniezioni al giorno e non svilupperà mai nulla. Qui si tratta di scegliere il male minore: è meglio non vaccinare il gatto così non gli viene il sarcoma da iniezione, ma magari mi muore di gastroenterite o è meglio rischiare, proteggerlo dalle malattie di cui abbiamo parlato prima, sperando che non sia predisposto geneticamente?

Piano vaccinale.
In linea generale, un ideale piano vaccinale per un gattino sarebbe questo:
2 mesi: vaccino trivalente per Panleucopenia, Herpesvirus e Calicivirus (opzionale il vaccino per la Clamidia)
3 mesi: richiamo del vaccino trivalente per Panleucopenia, Herpesvirus e Calicivirus (opzionale il vaccino per la Clamidia)
5 mesi: vaccino per la FeLV (come ricorderete dal nostro articolo precedente, questa è l’età minima perché il test per la FeLV abbia senso)
6 mesi: richiamo vaccino per la FeLV

Successivamente i richiami saranno a scadenza annuale, così come concordato col proprio veterinario

attualita.tuttogratis.it
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giovedì 19 aprile 2012

Quanto costa il trucco semipermanente?

Il trucco semipermanente è ad oggi molto richiesto per perfezionare diverse parti del visosenza obbligatoriamente ricorrere al tradizionale make up e scegliendo dunque una soluzione più comoda, appunto semipermanente. In genere si utilizza per delineare i limiti dei lineamenti principali: la bocca e le sopracciglia. Ma cos’è il trucco semipermanente? Quanto costa? E soprattutto,quanto dura?
Il trucco semipermanente è appunto un make up che resta sulla pelle ma non per sempre, va scomparendo con il tempo. Si tratta di una sorta di piccolissimi tatuaggi che andranno fatti per marcare le linee del viso più importanti che, in genere, con l’età tendono a scomparire. Le sopracciglia per esempio diventano meno con il passare degli anni e soprattutto la loro manutenzione spesso è lunga, scegliere di fare il trucco semipermanente per le sopracciglia vuol dire appunto avere una forma predefinita, precisa che si potrà seguire quando si utilizzerà la pinzetta.
In passato questo tipo di trucco risultava molto artificioso, si vedeva chiaramente il tatuaggio, oggi invece il make up semipermanente è completamente invisibile, o meglio, in maniera del tutto discreta migliora la forma del sopracciglio senza che si veda alcuna traccia di esso. Si riescono ad ottenere dei veri e propri effetti tridimensionali, si gioca sul chiaro scuro, si tracciano dei piccoli trattini leggermente curvi per imitare i peli e si ricrea dunque molto verosimilmente l’effetto di un normalissimo sopracciglio.
Per quanto riguarda la forma, in passato ci si faceva delle forme molto diverse da quelle originali, oggi invece si cerca di rispettare i linementi e le sopracciglia delle persone così da non alterarne l’espressione e da far sì che anche la ricrescita naturale non risulti poi fuori dal nuovo ‘progetto viso’.Oltre a delineare la linea scura del sopracciglio, il trucco semipermanente sull’occhio può anche essere utilizzato per dare più luce allo sguardo per esempio con un effetto luce sotto l’angolo esterno del sopracciglio, quindi facendo un tatuaggio chiaro.
Di solito il trucco semipermanente alle sopracciglia lo fanno le persone che hanno un certodiradamento sopraccigliare o anche cicatrici da coprire o un colore troppo chiaro dei peli. In genere è un trattamento che può essere fatto da uomini e donne di tutte le età.
Ma perchè semipermanente? Perchè non durerà per sempre ma darà la possibilità, per un lungo periodo, di dimenticarsi delle sopracciglia. Questo tipo di make up inizierà a schiarirsi intorno agli otto mesi, ma durerà due anni circa. E’ consigliato in genere fare una seduta di rinforzo dopo 50 giorni dalla prima, proprio come quando si pittura una parete, la seconda passata è meglio farla quando la prima è ben fissata così da avere un risultato finale migliore e più vicino a quello desiderato.
I costi del trucco semipermanente variano ovviamente da città a città e da un centro benessere ad un altro, in linea di massima per la prima seduta vengono chiesti 600 euro più IVA e per la seconda tra i 150 ed i 200 sempre più IVA.

donna.tuttogratis.it
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mercoledì 18 aprile 2012

Quanto costa una mammografia?


La mammografia è un esame radiologico, che attraverso i raggi X, in una concentrazione molto bassa, consente di analizzare con accuratezza i seni ed eventualmente, di scoprire la presenza di un tumore o di altri problemi. L’esame viene eseguito con un’apparecchiatura apposita. La donna, infatti, si posiziona davanti alla macchina e uno dei seni viene inserito tra 2 piatti di plastica trasparente e premuto con decisione. La stessa operazione, poi, viene ripetuta anche per l’altro seno.
La pressione, che dura solo alcuni secondi, non procura alcun dolore. La mammografia è senza dubbio l’esame più importante per diagnosticare un cancro al seno. Tuttavia, non è infallibile, non è in grado, infatti, di individuare tutte le lesioni neoplastiche mammarie, soprattutto quando il tessuto è denso, vale a dire prima della menopausa, poiché è più difficile da leggere con l’esame mammografico.
Nelle donne in post menopausa la mammografia si può fare in qualsiasi momento, mentre nelle donne con il ciclo mestruale è preferibile nella prima metà del ciclo, quando il seno è meno teso. Quando ci si sottopone all’esame, occorre portare con sé la documentazione relativa ad indagini diagnostiche eseguite in precedenza, questo perché l’immagine del seno cambia da donna a donna e il confronto con le mammografie precedenti permette di cogliere anche i cambiamenti minimi.
Gli esperti consigliano di fare la mammografia ogni 2 anni, dai 50 ai 69 anni di età, tuttavia, nelle donne che hanno avuto una madre o una sorella a cui è stato diagnosticato un carcinoma mammario, è bene anticipare l’esame già verso i 40 anni.
La mammografia è un esame gratuito a partire dai 45 anni di età, è può essere fatta in qualunque struttura sanitaria pubblica, tuttavia, i tempi d’attesa, soprattutto in alcune regioni d’Italia, possono essere molto lunghi, anche più di 1 anno. Privatamente, invece, il costo dell’esame può oscillare dai 50 euro ai 170 euro circa. 


medicinalive.com

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Quanto costa la pubblicità in un film?

Non esistono dati ufficiali, ma secondo alcune stime, Minority Report avrebbe incassato più di 21 milioni di euro dalle aziende che hanno pubblicizzato i loro prodotti nella pellicola. È questa la cifra più alta mai raggiunta per un'operazione diproduct placement, una nuova tecnica di marketing che consiste nel promuovere i prodotti, facendoli apparire durante i film. In Italia è vietata perché considerata pubblicità occulta, mentre negli Stati Uniti, è molto diffusa per far fronte agli elevati costi dei film.
Minority Report rappresenta appunto l'esempio più macroscopico di come telefonini, auto e bibite siano entrati a far parte non solo delle inquadrature, ma anche della sceneggiatura stessa del film. Nella pellicola, i cartelloni pubblicitari interagiscono direttamente con il protagonista, chiamandolo per nome e formulando, al suo passaggio, un messaggio su misura.
Pubblicità hollywoodiana. Esistono numerosi altri esempi, come spiega Gerardo Corti, esperto in product placement: “la Pepsi è la più grande alleata dei cavalieri Jedi contro lo strapotere dell'impero (Star wars - episodio I: la minaccia fantasma), il Glen Livet è una delle poche cose che possono darti soddisfazione quando sei sperduto nel deserto (La mummia), se vuoi viaggiare nel tempo devi usare il nuovo maggiolino (Austin Power - La spia che ci provava), per violare il computer della banca centrale mondiale puoi usare un comune PC portatile Siemens (Entrapment), mentre se vuoi rubare un quadro nel museo più protetto del mondo puoi bloccare le porte d'acciaio con una Samsonite (Gioco a due)”.
Origini lontane. Il primo esempio di product placement risale al 1944, al filmVertigine, in cui la protagonista ordinava, sul finale, un whisky Black Pony. La marca, completamente inventata, creò tale confusione negli spettatori che produttori di whisky e di film si misero d'accordo per fare pubblicità al Jack Daniels, un'etichetta realmente presente sul mercato.
I possibili abbinamenti marche-film sono studiati a fondo: il pubblico cui è rivolta la pellicola è essenziale e deve ovviamente coincidere con quello della marca. Esistono poi casi come Coca Cola, per i quali l'unico problema è quello di trovare il modo più originale per comparire.
Costi e benefici. Quanto la Mercedes abbia pagato per comparire in Man in Black o la Barilla per comparire tra le dita di Gwyenet Paltrow in Bounce non è però facile da sapere: le parti contraenti sono poco propense a rivelare gli accordi economici. Non solo, il prezzo di un “posizionamento” in una pellicola dipende da più variabili: il prezzo sale a seconda che il prodotto venga solo citato dal protagonista, oppure sia semplicemente adoperato in una o più sequenze, o diventi parte integrante della trama, come nel caso delle auto di James Bond.

I benefici per le aziende sono apprezzabili anche al di là dell'immagine. Fra gli innumerevoli esempi si può citare L'uomo che sussurrava ai cavalli, nel quale per trenta secondi si vede un computer collegato con il sito Equisearch.com, specializzato in attrezzature ed ogni altra cosa abbia a che vedere col mondo dei cavalli. In pochissimo tempo il volume dei contatti da tutto il mondo è aumentato del 400%.

Al contrario è difficile credere che la Dodge abbia pagato anche un solo dollaro per comparire nel cult movie The Blues Brother: Nelle riprese, infatti, sono andati distrutti 8 esemplari della Blues mobile fornite regolarmente dalla casa automobilistica.




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martedì 17 aprile 2012

Quanto costa una mina antiuomo?


Tra le eredità più meschine e subdole che le guerre lasciano vi sono senz'altro le mine antiuomo . Disseminate allegramente durante i conflitti per impedire le avanzate di terra, colpiscono a distanza di decenni e decenni ed a farne le spese è sempre la popolazione civile. Nel 2010 le vittime delle mine-antiuomo sono state 4191, in 60 paesi diversi (con un aumento del 5% rispetto al 2009). Di queste, 1155 sono i morti e 2848 i feriti, che per le mine generalmente significano amputazione di un arto.


Di queste vittime, stando al Report 2011 sulle Mine anti-uomo diLandmine Monitor il 75% sono civili e il 25% sono bambini. Esse si aggiungono tristemente alla lunga lista di mutilati che in alcuni paesi rappresentano fasce importati della popolazione.
Nonostante le mine antiuomo siano state messe al bando nel1997, al settembre 2011 erano 157 gli Stati del mondo che avevano firmato il Trattato. Nel gruppo del 20% dei Paesi del Mondo che non hanno firmato la messa al bando vi sono gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l'India, il Pakistan, Israele, Cuba, le Coree, l'Egitto, la Libia, il Marocco, la Polonia, la Finlandia e tanti altri.


Sono 12 i paesi che continuano a produrre mine-antiuomo, ovvero Cina, Cuba, India, Iran, Myanmar, Corea del Nord, Pakistan, Russia, Singapore, Corea del Sud, Stati Uniti e Vietnam ad un costo medio di 3 euro a mina.



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lunedì 16 aprile 2012

Quanto costa il cellulare più caro del 2012

La Cina si prepara a festeggiare l’anno del Drago, che cade nel 2012, e tante marche di lusso stanno lanciando i loro prodotti dedicati alla festività. È il caso di Vertu che ha presentato tre nuovicellulari di lusso, decorati con i materiali più preziosi come l’oro e le pietre preziose tra cui i diamanti. La collezione Vertu Signature Dragon propone così tre modelli che recano il simbolo del drago e che sono impreziositi in ogni dettaglio per un costo di 20.815 dollari.
Vertu è nota per le sue creazioni di lusso e non poteva certo farsi sfuggire l’opportunità di tentare i nuovi ricchi della Cina con un cellulare pensato per loro.
Del resto la Cina rappresenta un mercato unico per tutti i marchi di lusso e le celebrazioni per l’anno del Drago sono state l’occasioni per varie griffe di lanciare prodotti appositi.
È stato il caso di Rolls Royce che ha messo a punto una serie di elementi decorativi con l’immagine dell’animale fantastico e ora tocca a Vertu.
I modelli della serie Dragon recano tutti la silhouette del drago sul retro, mentre sul fronte la cornice del telefono è realizzata in oro giallo o acciaio nero e inox a seconda del modello scelto.Il tasto di navigazione della tastiera monta in ogni modello una pietra preziosa: diamante bianco,smeraldo o rubino. Il tutto accompagnato da una custodia in pelle nera per non rischiare di rovinare il prezioso cellulare.
I tre modelli sono già disponibili a Singapore e presto sbarcheranno in tutta la Cina: nonostante il prezzo proibitivo, si può scommettere sul loro successo.

myluxury.it

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domenica 15 aprile 2012

Quanto costa il sistema penitenziario italiano?

Dal 2000 ad oggi il costo medio annuo del Dap è stato di 2 miliardi e mezzo di €.Nel 2008 la spesa, pari a quasi 3 miliardi €, ha segnato il massimo storico. Nel 2010, per effetto dei tagli imposti dalle Leggi Finanziarie 2008 e 2009 e della sottrazione di 80 milioni €, relativi all’assistenza sanitaria dei detenuti divenuta di competenza del Ministero della Salute, la spesa fa segnare il minimo storico, con 2 miliardi e 204 milioni €.Più dell’80% dei costi sono relativi al personale (polizia penitenziaria, amministrativi, dirigenti, educatori, etc.), il 13% al mantenimento dei detenuti (corredo, vitto, cure sanitarie, istruzione, assistenza sociale, etc.), il 4% è stato speso per la manutenzione delle carceri e il 3% per il loro funzionamento (energia elettrica, acqua, etc.).Qual è il costo medio giornaliero di ogni detenuto?
Dal 2000 ad oggi il costo medio giornaliero di ogni singolo detenuto è stato di 138 €.
Il costo giornaliero di ogni singolo detenuto è determinato da due elementi: la somma a disposizione dell’Amministrazione Penitenziaria e il numero medio dei detenuti presenti in un dato anno.L’ammontare dei fondi stanziati non risulta collegato all’aumento della popolazione detenuta (tanto che dal 2007 ad oggi i detenuti sono aumentati del 50% e le risorse del Dap sono diminuite del 25%), quindi più persone ci sono in carcere e meno costerà il “mantenimento” di ciascuno di loro.Così mentre il sovraffollamento ha raggiunto livelli mai visti (in 30 mesi i detenuti sono aumentati di quasi 30 mila unità: dai 39.005 dell’1 gennaio 2007 ai 68.258 del 30 giugno 2010), la spesa media giornaliera procapite è scesa a 113 euro (nel 2007 era di 198,4 euro, nel 2008 di 152,1 euro e nel 2009 di 121,3 euro).Nel dettaglio, di questi 113 euro: 95,34 (pari all’85% del totale) servono per pagare il personale; 7,36 (6%del totale) sono spesi per il cibo, l’igiene, l’assistenza e l’istruzione dei detenuti; 5,60 (5% del totale) per la manutenzione delle carceri; 4,74 (4% del totale) per il funzionamento delle carceri (elettricità, acqua, etc.).Escludendo i costi per il personale penitenziario e per l’assistenza sanitaria, che è diventata di competenza del Ministero della Salute, nel 2010 la spesa complessiva per il “mantenimento” dei detenuti è pari a 321.691.037 euro, quindi ogni detenuto ha a disposizione beni e servizi per un ammontare di 13 euro al giorno.Tra le “voci di spesa” i pasti rappresentano la maggiore (3,95 € al giorno), seguita dai costi di funzionamento delle carceri (acqua, luce, energia elettrica, gas e telefoni, pulizia locali, riscaldamento, etc.), pari a 3,6 € al giorno, e dalle “mercedi dei lavoranti” (cioè i compensi per i detenuti addetti alle pulizie, alle cucine, alla manutenzione ordinaria, etc.), che concorrono per 2,24 € al giorno. Al riguardo va detto che il fabbisogno stimato per il funzionamento dei cosiddetti “servizi domestici” sarebbe di 85 milioni a l’anno, ma per il 2010 ne sono stati stanziati soltanto 54: i pochi detenuti che lavorano si sono visti ridurre gli orari e, di conseguenza, nelle carceri domina la sporcizia e l’incuria.Per quanto riguarda la “rieducazione” la spesa risulta a livelli irrisori: nel “trattamento della personalità ed assistenza psicologica” vengono investiti ben 8 centesimi al giorno! Appena maggiore il costo sostenuto per le “attività scolastiche, culturali, ricreative, sportive”, pari a 11 centesimi al giorno per ogni detenuto.

prospettivalegale.it
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